Katà mètron
By Diego Canini
«[.....] Trascorsi molto tempo cercando invano una storia da raccontare, e il fallimento di questa ricerca fu causa di forte angoscia.
Con l’espressione katà métron, che significa “nella giusta misura” oppure “secondo misura”, il pensiero filosofico greco si riferiva all’atteggiamento di chi sa governarsi avendo consapevolezza di sé e dei propri limiti, di chi non si lascia obnubilare dalla voluttà del desiderio, che spinge gli uomini a bramare — senza misura — ciò che non è in loro potere, condannandoli inesorabilmente all’infelicità.
Anche io stavo desiderando ciò che non era alla mia portata. A tal proposito, ho deciso di selezionare alcune delle mie fotografie e racchiuderle in una zine, essa stessa è il prodotto della giusta misura.»


Specifiche:
· Brossura con copertina morbida
· 130 × 200 mm.
· Carta bianca non patinata da 105 g/m²
· 42 pagine
· 36 fotografie


Info:
Instagram: @diegocaninifotografia


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Un bressoniano tranquillo
di Marco Guidi, febbraio 2021
«La mattinata era tipica di quelle Invernali. Freddo, cielo nuvoloso, primi accenni di nebbia. Un tizio vestito di nero si aggirava frettoloso nei pressi del grattacielo. Ah Rimini, Rimini, dio solo sa cosa combinano in quegli appartamenti là dentro. Sesso, e vino rosso, come minimo.A vederlo da lontano a quel tizio, sembrava un omino uscito da un quadro romantico o metafisico. Sembrava nervoso, come se fosse in ritardo a ripresentarsi al suo posto, e il grattacielo, un enorme guardiano.»
Diego Canini si pone in relazione alla sua città, Rimini, come una via di mezzo tra Romano Sanchini e Marco Pesaresi. Giusto per parlare di traslazioni autoriali. Quasi inevitabile cadere, anche consapevolmente, nelle visioni della memoria del primo, e riprendere gli itinerari sentimentali della città e della provincia del secondo. Ma c'è qualcosa in queste foto, mi son detto, e volevo tradurre una buona volta questa impressione. Mi ritengo un fortunato possessore della sua prima zine, per la quale afferma che non è stata concepita per raccontare alcuna storia. Già è interessante questo. La storia non dobbiamo trovarla, eliminiamo il senso del dovere, ma abbiamo la possibilità di trovarla, tramite gli itinerari della memoria, nel retrovia dell’Iride, stimolato dalle eleganti acrobazie alogenuriche di Diego. Si dice che una buona fotografia o un buon portfolio dovrebbe raccontare una storia. Ma quando questa è assente, o al massimo sussurrata, ispirata, ci si divide. C’è chi dice che è solo una foto, magari semplicemente bella, mentre c’è chi pensa, e io mi posiziono tra questi, che è in questi casi che viene fuori, per così dire, la vera natura del medium. Parlare di sé, non necessariamente in senso storiografico, e del tempo.
Nella zine di Canini c'è prima di tutto un atto di umiltà, il suo "katà mètron", che per essere compreso deve entrare in sintonia con un altro atto, di Fede (mi ricorda il John Locke di Lost), di fiducia, ovvero quello del guardatore. E ne consegue un’empatia di visualizzazione, senza pretese da un lato, ma con un appagamento dall'altro.
È un bressoniano tranquillo, nelle sue fotografie l'attimo fuggente, decisivo, è sempre un poco prima o un poco dopo, ma riesce a farcelo prevedere, o meglio ancora, presagire. Declina la sua fotografia un po' al passato prossimo, un po' al futuro anteriore. Il tempo di Diego Canini, un tempo che viene fermato come un uomo brillo alla guida che riesce a cavarsela indenne, lasciandoci non tanto il fascino, ma l’ebbrezza dell’ambiguità. Prima c’è, credi di controllarlo, poi lo lasci andare e torna a non esserci più.
A volte con inquadrature leggermente borderline ci regala angoli della sua città che sposano un’intenzione apparentemente foto giornalistica, con un animo romantico e nostalgico. Riesce a sussurrare anche piccole finezze sintattiche, e perfino tenerezze ortografiche, che accostate tra loro ricordano le Grida dalle Città di David Valentini, e strillano dei Mayday di pericolo, scusate la tautologia, su cambiamenti lenti, risvolti inquietanti della società, ignorati per via del lasciapassare dell’abitudine.
Foto belle o foto buone, dicotomia classica da disquisizione più o meno fotoamatoriale. Non importa, quelle di Diego Canini sono documenti sensibili, nate grazie ad uno sguardo di primo impatto sereno, forse a volte innocente ma mai ingenuo.
La sua città, ma non solo, anche altre provincie italiane, altri luoghi, altre geografie. Stessa sintassi, stesso urlo silenzioso, miagolio insistente, o per meglio dire, costante, ma mai graffiante, o troppo, almeno. Prende attimi di gioventù della quale prova a farsi interprete, accollandosi, oltre alla macchina fotografica, anche problemi sociali che sente, e speranze.
I suoi soggetti sono presi nella loro intenzione di vivere e dare un senso al loro quotidiano, indipendentemente dall’età anagrafica, e la fotografia grazie a uno dei suoi talenti propri, si destreggia in queste sfumature di routine e tramite lo sguardo le ferma, crea spunti per rendere straordinaria questa intenzione. Sta anche qui la veridicità della fotografia, offrire spunti di riflessione, talvolta anche struggenti “perché”, senza affermare nulla.
E poi si, c'è Rimini, la si può assaporare com'era e vedere quello che non c'è più, proprio dagli elementi presenti. La città che cambia, il centro storico, cuore pulsante, e i simboli della città, si defilano per lasciare spazio a nuovi segni identitari, a un decentramento visuale che arriva fino alla periferia, che ormai è assegnata, inglobata, per rassegnazione e nuove abitudini forse, alla nuova memoria visuale collettiva. Ci sono piccoli accorgimenti quotidiani e simboli di sentimenti della nuova Rimini che Canini esplora come un animale sociale, rispettoso, col senso del pudore nei confronti della sensibilità altrui, che filtra, distilla e fissa nella memoria, nel suo “Immaginificio”, con buone dosi di argento.

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